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Rai 3

DOMENICA 23 GIUGNO ALLE 9.15 CA.








vanno in onda 



"ACCIAIO FRIULANO, memoria e oblio tra le rovine della SAFAU"





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CARLO CIUSSI"








ACCIAIO FRIULANO, memoria e oblio tra le rovine della SAFAU

 

Il documentario di Ivo Pecile e Marco Virgilio è dedicato alla storia dell'acciaio in Friuli seguendo il particolare percorso di laurea del giovane Andrea Negro, oggi trentenne Storico presso l’Università Ca' Foscari di Venezia e l’Università degli Studi di Padova, che si è appassionato a queste vicende osservando l'ormai abbandonato impianto della SAFAU nei sui rientri in treno a Udine.

La storia della via friulana alla produzione dell’acciaio, iniziata nell’ultimo quarto dell’ottocento, si sviluppa nel documentario in forma di pensieri che emergono dalle ricerche approfondite di Andrea Negro attraverso un’esplorazione delle suggestive rovine della SAFAU in un viaggio a ritroso nel tempo.

Riecheggiano i rumori della movimentazione dei rottami destinati alla fusione nel mitico forno Martin Siemens, il calore a volte insopportabile e i fumi che invadevano lo stabilimento e poi si disperdevano tramite l’alta e caratteristica ciminiera ancora ben conservata.

Storie imprenditori, di una Udine città salotto votata al commercio e al terziario, di lavoro e di uomini, dei “metalmezzadri” che dopo i faticosi turni in fabbrica tornavano nei loro borghi d’origine a coltivare i campi.

Alcune testimonianze degli ex lavoratori sono vive, ci riportano alla curiosa nostalgia che in età rimane per quella vita dura, certamente poco sana, esposta al rischio d’infortuni ma che ha generato un senso di appartenenza e cementato rapporti solidi.

Tra sviluppo tecnologico, capacità e inventiva dei singoli, conquiste sindacali e miglioramento graduale delle condizioni di lavoro, molto è cambiato dalla prima Ferriera di Udine, nata nel 1883, alla chiusura della SAFAU negli anni ’70. Un’epopea dell’acciaio friulano che ha portato Udine ad essere la seconda esportatrice in Italia grazie agli stabilimenti moderni oggi in piena attività. Un’evoluzione dalle prime esperienze pionieristiche di cui rimangono solo rovine invase dalla vegetazione che meriterebbero di essere valorizzate almeno in parte per non perdere la memoria di una importante stagione industriale friulana.  




CARLO CIUSSI

 

di Bruno Mercuri

 

“Protagonista dell’arte astratta italiana del dopoguerra, tanto schivo e taciturno quanto coerente e determinato”, così Giuliano Pavan descrive Carlo Ciussi (nella foto). L’artista friulano si presta alla telecamera per raccontarsi. Con dolcezza e incanto ripercorre la sua vicenda artistica e gli incontri importanti di una vita determinata e forgiata dalla pittura. I primi anni a Udine a studio da Pittino, nei ritagli di tempo della scuola, e poi la giovinezza a Venezia, la formazione al Liceo artistico e la Biennale del ’48, che segna l’incontro con Picasso e Gino Rossi.

Gli anni Cinquanta sono gli anni del ritorno alla tipografia paterna, un decennio difficile, e poi la svolta artistica: la galleria Stendhal a Milano con Italo Furlan. Conosce Marchiori, Santomaso.

Afro lo invita ad esporre alla Biennale di Venezia del ’64 tra le opere di Dino Basaldella, Tancredi. Ritorna qualcosa del padre, il lavoro in tipografia: usa le dime (“l’impaginazione del quadro deve sempre avere un po’ di testa”). E poi l’incontro con Fabio De Luigi, Lucio Fontana. Negli anni della maturità, l’incursione pittorica nella scultura, esperienza “fatta per completare e non per distruggere”, diventa stimolo e occasione creativa per l’amico Gino Valle.

Il racconto accorato di un’esperienza artistica vissuta appieno ed in continua ricerca: “si vive una volta sola – diceva - è meglio seguire il proprio istinto."